“Il primo oggetto della critica è lo Stato moderno. Il discorso di Marx a questo proposito risulta un po’ complesso, e per intenderlo occorre evidenziarne alcuni presupposti. Secondo Marx, che segue la tradizione aristotelica, l’uomo è, per definizione, un “animale politico”. L’esperienza storica della città-stato greca (Sparta, Atene), ma, soprattutto, la rielaborazione filosofica fattane dal neoclassicismo e dal primo romanticismo (Schiller, Hölderlin, lo stesso Hegel), spingevano Marx a individuare nell’uomo un essere nato per vivere in stretta e intima comunione con gli altri, partecipando in prima persona alla vita pubblica. La sfera politica, conseguentemente, viene definita da Marx come la sfera nella quale l’uomo “si afferma come specie”, cioè si afferma immediatamente come membro, “rappresentante” della comunità umana (17). Proiettata sullo Stato rappresentativo moderno, questa visione della politica genera un’alternativa, chiaramente enunciata da Marx, tra la rappresentanza intesa come “funzione” della società e la rappresentanza intesa come il ‘costituirsi’ stesso della società. Il primo caso è quello, appunto, di una società organica, in cui non esiste opposizione tra interesse collettivo e interesse dei singoli, e nella quale, quindi, ogni individuo agisce per conto della comunità e ne rappresenta immediatamente gli interessi, in una sostanziale indistinzione tra vita pubblica e vita privata. E’ caso della ‘polis’ greca, ma anche, in certa misura, degli ordinamenti socio-politici medievali, nei quali ciascun individuo è, praticamente fin dalla nascita, membro di un “ordine” sociale (nobiltà, clero, terzo stato, corporazioni, territori signorili, ecc.) (18). Il secondo caso, inversamente, è quello di una società disorganica, in cui i singoli si presentano in concorrenza reciproca. E’ il caso del mondo moderno. Poiché gli individui cercano solo il loro particolare interesse, dice Marx, l’interesse collettivo “prende una configurazione autonoma come ‘Stato'”, ad essi estraneo e da essi indipendente. Dove i membri della società stanno l’uno di fronte all’altro come ‘singoli’, il potere politico “non è un’emancipazione, una funzione della società, ma semplicemente il ‘costituirsi’ della società” (19). L’interesse collettivo, in altri termini, si presenta separato e indipendente dai singoli, e si identifica con lo Stato, cioè con i membri del potere politico, i “rappresentanti” del popolo (in questa seconda accezione). L’avvenimento decisivo, da questo punto di vista, è rappresentato dalla rivoluzione francese. Essa, infatti, abolendo tutti gli ordini sociali, le corporazioni, i mestieri, i privilegi, soppresse con ciò il carattere politico dell’antico regime. In tal modo, dice Marx, essa “svincolò” lo spirito comunitario, che era disgregato, disperso, frazionato nei “vicoli ciechi” della società medievale, lo raccolse e ne fece la sfera della comunità ‘universale’, in ideale indipendenza dagli elementi materiali della vita borghese. Così, in un unico e medesimo atto, si compì la costituzione dello Stato politico moderno e la dissoluzione della società in ‘individui’ indipendenti, “il cui rapporto è il ‘diritto’, così come rapporto dei ceti sociali e delle corporazioni era il ‘privilegio'”. L’uomo iniziò a condurre una doppia vita: una “celeste”, nella quale egli si afferma come membro di una comunità politica, e una “terrena”, la vita nella società borghese, “nella quale agisce come ‘privato’, considera gli altri uomini come mezzo, degrada se stesso a mezzo e diventa zimbello di forze estranee”. In questo senso lo Stato moderno, benché, proclamando il principio della tolleranza, si dichiara indifferente a qualsiasi confessione religiosa, è, a tutti gli effetti, uno Stato “cristiano”. Infatti “come i cristiani sono eguali in cielo e ineguali in terra, così i singoli membri del popolo sono ‘eguali’ nel cielo del loro mondo politico e ineguali nell’esistenza terrestre della società” (20). Marx, quindi, non diversamente da Hess e da Stirner, interpreta lo Stato moderno come una rappresentazione “teologica”, e ravvisa nel processo storico, che dalla comunità antica ha portato alla rivoluzione francese, la stessa inversione di soggetto e predicato che Feuerbach riscontrava nella “forma sacra” dell’alienazione umana. L’inversione consiste precisamente nel fatto che mentre, nell’ordine naturale delle cose, l’interesse comune non esiste indipendentemente da quello dei singoli membri della comunità, la vita politica moderna lo presenta come separato e autonomo da questi, e “incarnato” in singoli individui (i “rappresentanti” politici) e istituzioni” (21)” [introduzione] [(in) Giuseppe Bedeschi Luciano Albanese, Filosofia, economia, rivoluzione sociale. Antologia, 1982] [(17) Id. ‘La questione ebraica’, in ‘Annali franco-tedeschi’, pp. 274 e 279; (18) Id., ‘Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico’, in ‘Opere filosofiche giovanili’, 1963, pp. 94-95; (19) Ivi, p. 133; cfr. ‘L’ideologia tedesca’, cit, p. 32; (20) Id., ‘La questione ebraica, cit., pp. 270 sgg.; ‘Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico’, cit., p. 93; (21) Id.,   ‘Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico’, cit., p. 32 sgg.]

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