“L’altra tendenza rivoluzionaria del socialismo francese, che si riferì al Babeuf, oltrepassandolo poi nell’azione esplicata, mentre fu sempre severamente critica nei confronti della concezione robesperriana del potere, fece capo ad Auguste Blanqui: in lui ebbe sia il teorico sia il realizzatore sia l’organizzatore costante e infine il martire. Col Blanqui ci troviamo di fronte all’affermazione della rivoluzione permanente e al tentativo di inserirne nella realtà francese l’elaborazione teorica, per altro in talune occasioni incerta e confusa: questi fatti lo hanno reso il maggior rivoluzionario del secolo XIX, e un anticipatore non astratto di larghi settori del socialismo più vicino a noi. Marx stesso lo giudicò sempre positivamente, specie per l’azione condotta prima e durante il ’48, e lo ritenne l’unico vero capo politico del movimento operaio non riformista e del “partito realmente proletario”. Ribadendo nel ‘Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte’ e nelle ‘Lotte di classe in Francia’ tale apprezzamento, Marx collegava in modo ancor più stretto il nome di Blanqui col movimento socialista e operaio, e identificava in lui la funzione rivoluzionaria di guida di esso: “(…) Il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse poggiano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali”” [Gian Mario Bravo, Il concetto di rivoluzione nel socialismo premarxista. Estratto da ‘Il pensiero politico’ n° 2, 1969]

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