“Sono tra le ultime cose scritte da Lenin e hanno qualcosa di drammatico: gli appunti alle note di Sukhanov sulla rivoluzione (1). Si avverte che egli è effettivamente tormentato dalla tesi di fronte alla quale si trova («La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo»). Anche se su di essa si rovescia il consueto torrente polemico di violenze verbali. Quella proposizione non solo se la sentiva arrivare da tutte le parti, ma era pane quotidiano della sua esperienza. Poteva sferzarla, urlare contro, ma si capisce che, nella sostanza, era persuaso della sua fondatezza. Però, da quello straordinario uomo d’azione che era, pronto ad accettare tutte le sfide della storia, considerava una sfida da affrontare (la più ardua di tutte, forse) anche questa. Soltanto che egli giaceva ormai irrimediabilmente in un letto di morte. L’abituale tono sprezzante della polemica di Lenin lascia spesso l’impressione di un grosso artificio teorico (…). Però, a guardare bene, si ha la netta impressione che questa volta la violenza verbale sia dettata da esasperazione. (…) Lo scritto si potrebbe quasi definire un anti-testamento: adombra la desolante (o esaltante?) idea della morte della teoria. Qui non v’è contrapposizione di una teoria ad un’altra (come, ad esempio, nella polemica con Kautsky): vi è, semmai, il richiamo a una contrapposizione goethiana di cui altre volte si era compiaciuto (il verde albero della vita contro il grigiore della teoria). Ma si cerchi stavolta l’invito a lasciarsi stimolare dalla «vita» per rinnovellare la «teoria»: non lo si troverà. E ci si imbatterà piuttosto in una acredine generalizzata contro il teorizzare, quasi che questo, proprio in quanto tale, si sia reso colpevole di inganno e tradimento. Perché, insomma, il teorizzare che fa Sukhanov, e non lui solo, non è diverso da quello che Lenin stesso avrebbe – e di fatto aveva anche – praticato, se si fosse ‘attardato’ a teorizzare. Ed è colpevole per questo attardarsi, non per «falso immaginar». Né ci si lasci fuorviare dallo stanco e obbligato tentativo di ulteriore ricorso a uno schema logico frequentemente adottato da chi voglia amministrare discrezionalmente una ortodossia (tipo «regolarità dello sviluppo generale non escludono affatto particolarità sia nella forma che nell’ordine di questo sviluppo»). La vera, l’unica autorità di cui qui spicchi la citazione è, a dir poco, sconcertante: è quella di Napoleone. «On s’engage et puis … on voit». Cosa volete farci – dice Lenin – l’occasione della rivoluzione si è presentata da noi, ‘non’ dove c’erano le «vostre» premesse di civiltà. E, visto che ci siamo, – aggiunge – diciamola tutta: questo sconvolgimento delle previsioni non ha ancora toccato il fondo: «I nostri piccoli borghesi europei non sognano nemmeno che le successive rivoluzioni, in paesi incomparabilmente più ricchi per popolazione e per l’infinita varietà di condizioni sociali, nei paesi dell’Oriente, presenteranno indubbiamente un’originalità ancora maggiore di quella della rivoluzione russa». Questo è, a nostro avviso, il passo fondamentale dello scritto, quello che pone tutto il resto nella giusta luce. Il fatto che la rivoluzione mondiale potesse ‘cominciare’ dall’«anello più debole» era ormai digerito teoricamente: non, invece, che dovesse seguitare lungo una catena di anelli sempre più deboli, e ‘solo’ in tale direzione (almeno secondo la tendenza storica effettivamente visibile). Questo non poteva non avere implicazioni sconvolgenti” (pag 503-504) [Luciano Cafagna, ‘Classe e stato nello stato di transizione leninista’, ‘Politica del diritto’, Bologna, n. 4-5, ottobre 1971] [(1) Lenin, ‘Sulla nostra rivoluzione. A proposito delle note di N. Sukhanov’, in Opere scelte in due volumi’, Mosca, 1948, vol. II, pp. 813-5. Queste note furono stese nel gennaio 1923] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]