“Non vi è in Marx una riflessione specifica sullo Stato nazionale, che egli assume il più delle volte nel significato di Stato borghese-capitalistico moderno, caratterizzato dalla sovranità popolare. Il Programma di Gotha (1875) si riferisce allo Stato nazionale come un presupposto già dato: “La classe operaia agisce per la propria emancipazione nell’ambito dell’odierno Stato nazionale, essendo consapevole che il necessario risultato del suo sforzo, che è comune agli operai di tutti i paesi civili, sarà la fraternità internazionale dei popoli”. E nella sua critica, Marx nota che “i diversi Stati dei paesi civili, malgrado le differenze di forma hanno tutti in comune il fatto che poggiano sulle basi della moderna società borghese, che è soltanto più o meno sviluppata da punto di vista capitalistico”. Il partito operaio tedesco che “dichiara espressamente di muoversi entro l'”attuale Stato nazionale” e quindi entro il proprio Stato, l’Impero tedesco prussiano (…) non dovrebbe dimenticare il punto principale, e cioè che tutte quelle belle cosette implicano il riconoscimento della pretesa sovranità del popolo e perciò sono al loro posto solo in una Repubblica democratica” (Marx, 42-44). Un’attenzione specifica alla forma dello Stato nazionale viene riservata da Kautsky, e, successivamente, da Lenin. In ‘Die Moderne Nationalität’ (1887) Kautsky individua nello Stato nazionale lo strumento principale della formazione della nazione moderna, il prodotto dello sviluppo del modo di produzione capitalistico; il mercato è l’agente storico della sua formazione e la lingua, vera e propria materia prima attraverso cui si realizza la coesione e l’unità della nazione, lo strumento che gli conferisce identità (Haupt, 24). Tale impostazione sarà confermata da Kautsky negli articoli sulla ‘Neue Zeit’ del 1907-1908 in polemica con Otto Bauer, che, nel suo ampio lavoro sulla socialdemocrazia e la questione della nazionalità (1907), esclude la necessità della costituzione di uno Stato nazionale, propugnando invece l’autonomia nazionale all’interno degli Stati esistenti. Lenin riprende e articola la tesi di Kautsky nei suoi appunti di studio sulla questione nazionale e in quello che appare il suo saggio più organico sull’argomento, ‘Il diritto delle nazioni all’autodeterminazione’ (1914), conferendo all’unità linguistica un ruolo determinante: “per la vittoria completa della produzione mercantile è necessaria la conquista del mercato interno da parte della borghesia, l’unità politica dei territori la cui popolazione parla la stessa lingua, la soppressione di tutti gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo di questa lingua e al suo fissarsi nella letteratura. La lingua è il mezzo più importante per le relazioni tra gli uomini; (…)”” [Andrea Catone, Sotto il segno del capitale. Quattro saggi su Stato-nazione, nazionalismi e razzismi, 1997]

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