“Mettendo a contrasto filosofia sperimentale o «positiva» e positivismo, [Bernardo] Spaventa intendeva certamente riaggiudicare all’idealismo una qualifica che il positivismo aveva rivendicato come suo titolo di merito. Se si deve rilevare che il confronto di Spaventa col positivismo non è risolvibile nei termini di un mero rifiuto (quasi una articolazione, sul piano culturale, dell’avversione senza possibilità di appello verso il nuovo ceto politico che ci è testimoniata dalle lettere a Camillo De Meis) (21), ma dà anzi luogo a un tortuoso e consapevole processo di assimilazione dei problemi imposti da una nuova temperie mentale, egualmente occorre ricordare che il suo confronto con le scienze positive non è una patetica battaglia di retroguardia (22). Come mostrano in particolare le pagine su Darwin e lo splendido scritto sulle psicopatologie, tale confronto è basato su un tentativo, che in alcuni passaggi ricorda assai da vicino l’ ‘Antidühring’, di lettura interna della scienza, che ne nega il carattere di accumulazione crescente di certezze. Come Engels, persuaso che col progredire della scienza «le verità definitive si fanno stranamente rare» (23), Spaventa ha cercato di collocare la riflessione filosofica non in una prevaricazione sistematica dei risultati sperimentali, ma nei punti critici dello sviluppo in cui la scienza dimostrava, o gli sembrava dimostrare, l’erosione dei fondamenti di certezza. Proprio in questa chiave, e in polemica verso la dichiarazione di morte della metafisica da parte del positivismo, Spaventa dimostrava simpatia per l’accezione herbartiana della metafisica come «elaborazione di concetti». Credo sia preliminare, nel valutare l’atteggiamento di Labriola verso il positivismo, far emergere in tutta la sua ampiezza il gioco a contrasto di sperimentalismo e positivismo. Che il nesso con Spaventa esista, è stato del resto dichiarato dallo stesso Labriola, e non solo in termini espliciti (ma generali) in alcune lettere che ripresentano il problema dell’hegelismo, ma soprattutto in alcuni passaggi finali della ‘VI Lettera’ del ‘Discorrendo’, dedicata alla tendenza critico-formale al monismo e alla definizione di una filosofia della prassi” (pag 71-72) [Sandro Barbera, ‘Labriola e il positivismo’, Critica Marxista, rivista bimestrale, Roma, n. 4, 1987] [(21) È l’interpretazione, ad esempio di P.C. Masini nel commento alla ‘Lettera a Fanfulla di Minchione Chiappanuvole’, dove Spaventa scrive infatti che «anche la politica italiana riparatrice è una filosofia sperimentale…; (22) Su questo punto cfr. F. Barone, ‘Bertrando Spaventa e il positivismo’, in ‘Libro aperto’, 1984, n. 1, pp. 25-36; (23) F. Engels, ‘Antidühring’, Roma, 1968, p. 94]
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- Articolo pubblicato:16 Giugno 2026
