“L’orizzonte in cui ormai l’uomo si muove è l’orizzonte del comunismo. E non paia azzardata questa affermazione solo per il fatto che il mondo ancora vive sotto il dominio del capitalismo, il terrore della sua violenza, la suggestione della sua nuova barbarie, il dramma del sottosviluppo. Ci avviciniamo infatti – in intere aree mondiali – a quel traguardo oltre il quale – come diceva Marx nei ‘Grundrisse’ – «non è né il lavoro immediato eseguito dall’uomo, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua universale forza produttiva, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale, in una parola lo sviluppo dell’uomo sociale, che appare come il pilastro di sostegno della produzione e della ricchezza». E perciò «il furto del tempo di lavoro altrui su cui riposa la ricchezza odierna appare una base miserabile rispetto a questa nuovo base. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande sorgente della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, il valore di scambio del valore d’uso (…)». E dunque: «il risparmio di tempo di lavoro equivale all’aumento di tempo libero, cioè di tempo utilizzabile per il pieno sviluppo dell’individuo che come massima forza produttiva a sua volta reagisce sulla produttività del lavoro. Dal punto di vista del diretto processo produttivo esso può essere considerato come produzione di capitale fisso: questo capitale fisso ‘being man himself”. Proprio questi brani mi paiono illuminanti. Per Marx il comunismo non è (alla maniera della società vagheggiata da un Galbraith o dai “filosofi dei valori” marcusiani o neotonisti) un “di più di libertà e di umanità” che la società, dopo essersi assicurata un certo livello di produzione materiale, e realizzando le condizioni per controllare e dirigere tale produzione, può finalmente permettersi. La sua critica dell’utopismo è assai più radicale: il comunismo è l’organizzazione sociale oggettivamente necessaria quando le forze produttive abbiano raggiunto un grado tale che il loro ulteriore sviluppo può avvenire solo su una base “meno miserevole dello sfruttamento”, e dunque implica una piena esplosione della libertà e della creatività dell’individuo sociale” (pag 1093-94) [Lucio Magri, ‘Per un nuovo realismo. (Attualità di Lenin. “Stato e Rivoluzione” cinquant’anni dopo)’, ‘Problemi del socialismo’, Milano, n. 22, settembre 1967]