“Secondo il punto di vista di Marx la scienza borghese dell’economia politica aveva raggiunto il suo culmine in Inghilterra con l’opera di Ricardo e in Francia con l’opera di Sismondi. Aveva indagato i «reali rapporti di produzione della società borghese» e aveva messo a nudo molti dei meccanismi e delle fonti di conflitto strettamente connesse alla demolizione della società feudale da parte del capitalismo nelle fasi iniziali della sua storia. Il suo errore principale stava nel considerare il capitalismo come la forma «assolutamente finale della produzione sociale, anziché come fase storica transitoria della sua evoluzione». Dopo la morte di Ricardo, lo sviluppo dei conflitti di classe all’interno del capitalismo rese impossibile alla borghesia condurre un’analisi oggettiva delle leggi dello sviluppo capitalistico. L’economia scientifica borghese aveva aperto la strada all’«economia volgare», alla sofisticheria e alla difesa apologetica degli interessi del capitale. In nazioni come la Germania il successivo sviluppo dell’industria moderna e della borghesia non solo aveva reso necessario importare la scienza bella e pronta dall’Inghilterra e dalla Francia, ma ciò era avvenuto in condizioni in cui una ricerca imparziale non era più possibile. Marx considerò proprio compito sviluppare una critica socialista del capitalismo e dell’economia politica per scoprire e portare alla luce le «leggi del movimento» e le contraddizioni interne della società capitalistica, contraddizioni che si sarebbero alla fine rivelate fatali per la continuità dello stesso sistema capitalistico. I materiali di pensiero economico con cui si poteva costruire questa critica – la teoria del valore-lavoro, i salari di sussistenza, il declino dei profitti -, potevano essere cercati e trovati negli scritti di Smith e di Ricardo. Ciò che era necessario fare era una trasformazione e un adattamento di questi materiali da costruzione, in modo da individuare e mettere in evidenza la connessione tra i modi di produzione e i rapporti di classe. Marx si avvide che la teoria del valore-lavoro poteva sostenere un edificio assai più importante di quello dei primi socialisti ricardiani. Si rendeva conto che quella teoria poteva diventare il nucleo della spiegazione delle origini sociali del plusvalore e di una teoria dello sfruttamento di classe. Quando fosse stata posta in rapporto con l’accumulazione del capitale, la teoria del valore-lavoro poteva fornire un quadro della dinamica capitalistica che si modellava sulla dialettica hegeliana ma non conduceva ad una condizione stazionaria di equilibrio, come volevano gli economisti classici, ma alla rivoluzione e all’espropriazione degli espropriatori. Una volta che si fosse realizzato questo obiettivo l’antagonismo tra capitale e lavoro sarebbe emerso in forma più chiara e si sarebbe così potuto dimostrare la natura autodistruttiva degli sforzi fatti dal capitale per espandersi e per mantenere il controllo del plusvalore. Estendendo la logica del modello ricardiano Marx cercò di prendere in considerazione, più di quanto non avessero fatto i precedenti scrittori della tradizione borghese, la realtà della «macchinofattura», delle innovazioni tecniche e delle crisi cicliche del processo di espansione capitalistica. Marx applicò lo stesso tipo di approccio ai suoi predecessori della tradizione socialista. Le loro opere appartenevano ad una fase immatura del capitalismo e della lotta di classe. Conseguentemente anche i rimedi da loro proposti erano immaturi e inadeguati. Non essendo in condizione di discernere la fisionomia della nuova società che si stava creando dall’interno dell’esistente società capitalistica, erano stati costretti a costruire delle utopie basate più sulla ragione che non sulla conoscenza delle leggi della trasformazione storica. Fu una delle caratteristiche positive del sistema marxiano, come veniva considerato dallo stesso Marx, quella di evitare gli errori dei socialisti utopisti, dimostrando che il capitalismo era intrinsecamente autodistruttivo e che non poteva essere riformato con l’eliminazione di specifiche ingiustizie ed abusi” (pag 511-512) [Donald Winch, ‘Le origini dell’economia come scienza (1750-1870). ‘Il culmine dell’economia politica classica: Karl Marx e John Stuart Mill’] [(in) AaVv, ‘La Rivoluzione industriale. Storia economica d’Europa. Volume terzo’, Torino, 1980]

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