“La intuizione dalla quale muove il Romano, la continuità cioè fra la tradizione garibaldina e il primo socialismo nostrano, e in particolare la persistente vitalità del pensiero di Pisacane e di quello federalista in alcuni importanti filoni di quel moto, era certo assai seducente: ma a questa ricerca si sovrappone, fino a soffocarla, il tentativo di dimostrare a ogni costo che il Bakunin fino al 1871 non ebbe alcuna influenza in Italia, dove fino a quella data solo il Consiglio generale di Londra, guidato da Marx ed Engels, avrebbe suscitato e diretto l’organizzazione socialista. Tesi, questa, di impossibile dimostrazione, ma per la quale il Romano si impegna, affatto gratuitamente, in uno sforzo che par quasi di destrezza e di abilità combinatoria di testi e e documenti, che occupa quasi interamente i primi due volumi, e che fallisce interamente al suo scopo. Per Romano il bakuninismo, quasi inesistente in Italia fino al settembre 1871, avrebbe fatto irruzione e conquistata tutta l’organizzazione dell’Internazionale in Italia nei pochi mesi che vanno dal settembre al dicembre di quell’anno (57). Assolutamente non intesa rimane poi la figura di Bakunin, ridotto alle dimensioni di uno scroccone, vanesio, ambizioso, intrigante e persin traditore e deviazionista (58), invece che illuminato nella eredità romantica e nel ribellismo individualista che lo caratterizzarono e che gli permisero di farsi strada entro larghe masse arretrate che in tal modo si accostarono per la prima volta al socialismo. Per di più, questi atteggiamenti non sono neppure ben fermi in tutta l’opera: ché alla fine è dato leggere un giudizio di tutt’altro tono sul Bakunin (59), mentre nell’esposizione delle vicende dell’internazionalismo dal 1872 alla “svolta” di Andrea Costa il piglio polemico si attenua in un tono di lieve ironia non scevra tuttavia di rispetto, che appare in verità assai più accettabile” [Rosario Romeo, L’Italia liberale: sviluppo e contraddizioni, 1987] [(57) A. Romano, Storia del movimento socialista in Italia, 1954-56, voll. 3, II, pp. 164-65, 208; (58) Di tradimento e di deviazionismo si parla, ivi, I, p. 126; (59) Ivi, III, p. 251] (pag 362-363)

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