“Per molto tempo si è voluto vedere nella schema dell’evoluzione politica ed economica europea (democrazia greca e schiavitù, feudalesimo del Medioevo e servitù della gleba, capitalismo moderno e proletariato) uno schema universale. Ora, ricerche e studi relativamente recenti – ai quali le opere di Marx ed Engels, precursori in materia, hanno aperto la strada – tendono a dimostrare che, al contrario, l’Asia, l’Africa e l’America precolombiana (cioè l’attuale Terzo Mondo) hanno conosciuto un processo di sviluppo fondamentalmente diverso da quello europeo. Il primo stadio della loro evoluzione, che noi chiameremo stadio protostorico, fu quello del clan o delle tribù, in cui, secondo lo schema del sinologo ungherese F. Tökei (6), il rapporto dell’individuo con la terra è subordinato al rapporto esistente tra l’individuo stesso e la sua comunità. «L’individuo non possiede quindi che indirettamente la terra. Questa appartiene alla comunità, la quale ne è, nella sua globalità, proprietaria. È un comunismo primitivo» (7). La proprietà collettiva della terra, nella sua forma primitiva, si è d’altra parte protratta fino ai giorni nostri in numerose zone dell’Africa, dell’Asia, e pure dell’America latina. Questa prima organizzazione sociale è stata presto “inquadrata” in un struttura più ampia che noi chiameremo lo ‘Stato’, in mancanza di una migliore denominazione. Ma come è nato lo ‘Stato’? Se si crede a Karl Wittfogel (8), il quale riprende e sviluppa l’analisi di Marx, lo Stato è nato dall’impresa di grandi opere idrauliche e di drenaggio. Quando ai piccoli gruppi di base – cioè alle comunità primitive – s’impose la necessità di questi lavori, è evidente che esse, da ‘sole’, non avrebbero potuto realizzarli. Si creò dunque, in ciascuna area di sviluppo, un’ ‘associazione di comunità primitive, in vista della realizzazione delle gradini opere. Come si operò questa associazione? Wittfogel è reticente su questo punto. È arrischiato pensare che essa sia stata ‘spontanea’; è più logico ammettere che l’impulso sia stato dato da una tribù o una comunità primitiva, già pervenuta a uno stadio di organizzazione più avanzato. La storia ci dice che fu così per gli aztechi e per gli Incas. Queste tribù privilegiate, dunque, cooptarono, per lo più con la forza, le tribù circostanti meno evolute. L’aver dato corso a imponenti lavori – non soltanto di drenaggio, come nel caso del Nilo, ma anche di costruzione di strade e ponti, come nel caso degli Incas, senza dimenticare le piramidi d’Egitto, la Grande Muraglia cinese, eccetera – fece nascere evidentemente un gruppo dominante: quello degli ‘imprenditori’, al quale era affidata la ‘gestione’ dei lavori realizzati per la grande collettività, lo Stato. Questo gruppo di funzionari, è, come lo chiama P. Vidal-Nacquet (9), il ‘regolatore’ dell’impresa. Esso si compone tanto di organizzatori e “pianificatori” quanto di copisti, astronomi, religiosi eruditi, contabili, controllori finanziari ed esattori. Al passaggio dalla divisione tecnica alla divisione sociale del lavoro comincia ora a corrispondere la trasformazione del gruppo di funzionari in ‘classe burocratica’. Essa, ormai, esercita il ‘potere’ totale in materia di direzione, innovazione e pianificazione del lavoro: funzione, questa, che all’inizio era assolta dalla comunità. Inoltre questa classe burocratica sfrutta i lavoratori prelevando un ‘surplus’ sulla produzione a suo profitto. “Questa accumulazione di ‘surplus’ delle ricchezze è particolarmente ‘grandiosa’ quando si scopre che esiste il ‘tesoro reale’ (presso gli Incas del XVI secolo, per esempio)…” (10). Secondo Wittfogel, la nascita della burocrazia, sorta dalla necessità dei grandi lavori, reca automaticamente con sé quella dello Stato. Tale sistema, che Montesquieu ha denominato “dispotismo orientale”, è stato riscoperto da Marx nel 1851 in funzione alle ricerche che andava facendo per uno studio sull’India commissionatogli dal giornale inglese “Daily Herald” e dal filosofo tedesco è stato denominato ‘modo di produzione asiatico’ (MPA). Si tratta di un sistema essenzialmente comunitario: non solo lascia sussistere in larga misura la struttura sociale precedente, cioè la proprietà collettiva appartenente alla comunità primitiva, ma anche quando il sistema stesso preleva una parte delle terre, contribuisce a formare delle “proprietà di Stato” che appartengono alla collettività superiore. Pertanto lo stesso re, o imperatore, è il “primo funzionario dello Stato” e non un proprietario privato dei mezzi di produzione. A. Caso fa peraltro notare che il re (azteco per esempio) possedeva delle terre, “non come individuo, ma come funzionario” (11) . La schiavitù all’interno di questo sistema è di massa e temporanea. J.S. Mill la definisce schiavitù politica” e Marx “schiavitù generalizzata” per distinguerla da quella greco-latina, ‘privata e permanente’. Questa schiavitù è ‘di massa’, in quanto è il risultato della leva in massa ordinata dal sovrano – il Faraone in Egitto, io re (Salomone) in Israele, l’imperatore in Cina, il re degli Incas o degli aztechi in America, eccetera – e diretta dalla burocrazia, in vista della realizzazione delle grandi opere, ma ‘temporanea’, perché, una volta compiuti i lavori, la mano d’opera è libera e può tornare a casa. “In questo quadro, la schiavitù e servitù individuale possono tuttavia apparire in seguito a guerre, a conquiste. Lo schiavo e il servo divengono proprietà comune del gruppo al quale appartiene il loro capo; e questo stesso capo dipende dalla sua comunità ed è sottomesso all’oppressione dello Stato” (12). I diversi aspetti che lo caratterizzano indicano dunque chiaramente che questo sistema è insieme burocratico, comunitario e totalitario; ed è in seguito alla sua instaurazione che apparve la ‘prima classe dominante’ dello Stato: la burocrazia. Tuttavia non ci sembra corretto designare il sistema col nome di “dispotismo orientale” come ha fatto Montesquieu, o con quello di “modo di produzione asiatico” (Marx-Engels), poiché esso funzionava non solo in Asia, ma altresì in America e in Africa. Jean Suret-Canale scrive infatti: “Sembra proprio che si possa paragonare il modo di produzione dominante nelle regioni più sviluppate dell’Africa nera tradizionale a quello che Marx aveva chiamato il modo di produzione asiatico” (13), che propone Georges Lapassade per indicare il primo sistema politico coerente che il mondo abbia conosciuto, ci pare dunque, a questo riguardo, molto più soddisfacente” (pag 20-23) [Guy De Bosschère, ‘I due versanti della storia. I. Storia della colonizzazione’, Feltrinelli, Milano, 1972] [(F. Tökei, ‘La forma di produzione asiatica; (7) Georges Lapassade, ‘Groups, Organisations et Institutions’; 8) Carl August Wittfogel, ‘Il dispotismo orientale’, (9) Ibid.; (10) Georges Lapassade, op. cit.; (11) A. Caso, Land Tenure among the ancient Mexicans’; (12) M. Godelier, ‘Le Mode de production asiatique et les schémas marxistes; (13) J. Suret-Canale, ‘L’Afriqe noire’]