“I critici dell’IC (Internazionale Comunista, ndr) sostengono in genere che a Mosca non sia stata capita la situazione italiana. Non sono di tale parere e credo piuttosto che sia necessario fare una distinzione tra le analisi e le direttive teoriche di Lenin e Trotsky, assai precise ed aderenti alla realtà, e la conduzione pratica dell’Ic da parte del suo presidente, Zinoviev, abituato a servirsi di uomini mediocri, ma sicuri, come ad es. quel Chiarini (15) dal quale non potevano certo venire suggerimenti e direttive adeguate alla situazione. Dopo il 1919 il movimento comunista era entrato in una fase di riflusso; Lenin e Trotsky furono gli interpreti della mutata situazione e indicarono ai compagni europei la necessità di conquistare la maggioranza della classe operaia. In Italia il Pci faceva una differenza tra fronte unico sindacale e politico, ma episodi come la politica dell”Alleanza del lavoro’ e la politica sindacale in genere erano sempre aspetti della ricerca del fronte unico. Il reale problema del Pci, come degli altri partiti comuisti europei, era la difficoltà di «andare alle masse» concretamente – il problema di sempre. Oggi si critica anche troppo il settarismo e la rigidezza di principi della direzione bordighiana, ma si dimentica facilmente che tali connotati derivavano dalla coscienza della sconfitta subita nel ’19-’20 e dalla volontà di creare un partito rivoluzionario che non fosse simile al «Barnum» socialista. Di questo i militanti del Pci furono sempre coscienti ed orgogliosi e ciò spiega anche il timore del gruppo dirigente di allontanarsi da Bordiga nel 1923-24. Il Pci aveva bisogno di esperienza, ma non poteva certo apprendere dall’esempio del vanaglorioso Zinoviev, definito pittorescamente da Bordiga «Gregorio il pallista». Mentre Lenin e Trotsky cercavano di persuadere i compagni europei, invitandoli a discutere liberamente, i metodi di direzione di Zinoviev li spingevano troppo spesso in una posizione di difesa obbligata e inauguravano qui metodi amministrativi e burocratici applicati e perfezionati poi da Stalin con le conseguenze che tutti conoscono” (pag 1033-1034) [Giovanni Somai, ‘Quattro lettere da Mosca di Gramsci e Ambrogi (1922)’, in ‘Il Ponte, Firenze, n. 9, 30 settembre 1978] [(15) Chiarini (Cain Haller), nato in Polonia nel 1881, fu il primo a contattare Gramsci e partecipò al congresso della frazione di Imola. Berti, che lavorò dal 1924 al 1926 a Mosca vicino al lui, lo descrive come «prudentissimo e di assai limitate capacità», «chiuso, limitato, misterioso, incapace di staccarsi di un solo millimetro dalle istruzioni ricevute». Egli riferiva a Mosca ciò che Mosca desiderava e aspettava che le si riferisse e Berti rimprovera l’IC per aver adoperato un uomo così limitato per un compito difficile. Cfr. G. Berti, ‘I primi dieci anni di vita del Pci’, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 152-155]
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- Articolo pubblicato:1 Gennaio 2026
