“Il pensiero di Marx è in partenza fondato sulla possibilità del futuro, con il che supera non solo lo stato concreto del mondo borghese ma anche il suo orizzonte di pensiero, e dunque il suo orizzonte teorico. A un certo punto Marx si esprime così: «Già per il fatto di essere un’avversaria dichiarata della coscienza politica ‘tedesca’ quale si è configurata finora, la critica della filosofia speculativa del diritto non trova il suo scopo in se stessa, ma nei suoi ‘compiti’, per la cui soluzione c’è soltanto un mezzo: la ‘prassi’» (10). Proseguendo oltre il culmine raggiunto dalla filosofia classica tedesca, la radicalità del pensiero di Marx si manifesta appunto in questo, e vuol essere il pensiero della prassi o della rivoluzione. A tale proposito egli esprime la nota tesi dalle grandi implicazioni che suona: «L’arma della critica non può certo sostituire la critica della armi, la forza materiale dev’essere abbattuta con la forza materiale, ma anche la teoria diverrà una forza materiale quando avrà fatto presa sulle masse. La teoria è in grado di far presa sulle masse non appena indica ‘ad hominem’ e essa indica ‘ad hominem’ non appena diventa radicale. Essere radicale significa cogliere la cosa alle radici. E la radice dell’uomo è l’uomo stesso» (11)” (pag 87) [Milan Kangrga ‘Il rapporto tra la società e lo Stato in Hegel e Marx’, (in) Giovanni Ruggeri, a cura, ‘La rivolta di «Praxis», Longanesi, Milano, 1970] [(10) «Contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel», in ‘Opere giovanili’, cit., p. 80; (11) Op. cit., pp. 80-81]