“Ma prima che gli eventi precipitassero e l’impero fosse scosso da una rivoluzione, quella del 1905, che è molto più che il «primo tempo» del 1917, una discussione aveva percorso la socialdemocrazia russa e quella tedesca, appunto intorno alla questione del «partito» e della «tattica». Gli scritti, celebri, in cui sono espresse le due opposte concezioni sono il ‘Che fare?’ di Lenin (1902) e, in dura replica, ‘I nostri compiti politici’ di Trotsky (1904), cui si affianca nello stesso anno ‘Problemi organizzativi della socialdemocrazia russa’ di Rosa Luxemburg. Di mezzo c’è il secondo congresso del partito operaio socialdemocratico russo (luglio-agosto 1903), svoltosi nella clandestinità dapprima a Bruxelles, poi, scacciato dalla polizia belga, a Londra. È il congresso in cui Lenin riesce a far prevalere le proprie tesi, successo peraltro effimero, ma che darà alla sua corrente una temporanea maggioranza, donde la definizione, poi stabilmente adottata (anche quando non erano maggioranza) di «bolscevichi» (da ‘bosce’ = più). Nel programma uscito temporaneamente vincitore – s’intende, all’interno di un gruppo ridotto alla clandestinità – erano delineati gli scopi «finali» (la rivoluzione socialista) e i compiti «immediati» nella prospettiva di una prossima «rivoluzione democratico-borghese» (i due tempi previsti del tutto a torto da Marx per la Germania nell’ultimo capitolo del ‘Manifesto’ ritornano qui di peso): rovesciamento dell’autocrazia e sua sostituzione con una repubblica democratica, giornata lavorativa di otto ore, soppressione delle sopravvivenze della servitù della gleba, autodeterminazione delle nazioni. Ma la lotta più aspra, nel congresso, fu sulla questione organizzativa: sul partito. Non era una discussione accademica: era il perno. La visione di una partito monolitico, compatto, vincolato al «centralismo democratico» (che allora si chiamava ancora «burocratico»): l’aggettivo «democratico» accanto a «centralismo» fu adottato dai socialdemocratici russi nel 1906) veniva ancorata esplicitamente al modello giacobino, reinterpretato in chiave più accentuatamente organizzativa e militante. In un altro scritto dello stesso periodo (‘Un passo avanti e due indietro’; del maggio 1904) Lenin adotta la formula, che sarà bersaglio della contestazione aspra dei suoi contraddittori, Trockij e Rosa Luxemburg: «Il giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe, è appunto il socialdemocratico rivoluzionario» (2). L’uso è metaforico, ma è anche il frutto della assunzione con valore positivo di un termine che gli avversari (Akselrod, Plechanov, Trockij, ecc., nonché i grandi esponenti del partito tedesco) adoperavano polemicamente come ‘disvalore’. Perciò nella stessa pagina Lenin evoca la «logora melodia bernsteiniana del ‘giacobinismo’ e del ‘blanquismo’, ecc.», Axelrod «grida al pericolo» di nuovi «giacobini», e Lenin ‘rivendica’ un modo di procedere di tipo giacobino, mentre bolla come ‘girondini’ i suoi contraddittori, assume nella luce positiva un termine che la socialdemocrazia ormai adoperava come connotazione negativa. Per Lenin, l’attuale ‘girondino’ è colui che «teme la dittatura del proletariato» e «sospira sul valore assoluto delle rivendicazioni democratiche», è «appunto l’ ‘opportunista’». Come in altri casi, «ortodossi» sono i suoi contraddittori – basti pensare alla durezza con cui Marx giudica il ceto politico giacobino nei suoi scritti sulla Rivoluzione (3) -, originale, eterodosso, ma proteso ad affermare una propria più sostanziale fedeltà a Marx è Lenin” (pag 194-196) [Luciano Canfora, ‘La democrazia. Storia di un’ideologia’, Laterza, Bari, 2004] [(2) Lenin, ‘Opere scelte’, in sei volumi, Ed. Riuniti – Ed. Progress, Roma-Mosca, s.d., I, p. 519; (3) Abbiamo ricordato nei capitoli precedenti i cenni ironici sparsi qua e là negli scritti di Marx sui giacobini, la loro infantile ideologia «antica», ecc. Il più organico e aspro è certamente il capitolo della ‘Sacra famiglia’ intitolato ‘Battaglia critica contro la Rivoluzione francese’ (definita, tra l’altro, un «un fatto tutto del diciottesimo secolo». Contraddittoria è anche la sua interpretazione del Terrore – come ha osservato Furet -: «il Terrore realizza i compiti della rivoluzione borghese» ovvero «il Terrore costituisce il ‘rovesciamento provvisorio’ del potere della borghesia» (F. Furet, ‘Marx e la Rivoluzione francese’ (1986), trad. it. Rizzoli, Milano, 1989, p. 142). In una lettera del 4 settembre 1870 a Marx (l’anno prima della Comune) Engels è durissimo verso gli uomini del Terrore: «La colpa del regime del terrore dell’anno 1793 ricade esclusivamente sul borghese follemente impaurito, atteggiantesi a patriota, sul piccolo filisteo che se la faceva addosso dalla paura, e sulla marmaglia del sottoproletariato che con ‘la terreur’ faceva i propri affari» (Marx-Engels, ‘Opere complete’, Ed. Riuniti, vol, 44, Roma, 1990, p. 54]
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- Articolo pubblicato:15 Luglio 2025
