“La piattaforma politica dell’Opposizione Operaia si fondava su una analisi delle classi, che individuava a fondamento dello Stato sovietico tre componenti sociali: gli operai, che richiedevano «una politica chiara e sana, una marcia forzata verso il comunismo»; i contadini «con le loro aspirazioni di piccoli proprietari», a cui era assimilata la piccola borghesia impiegatizia; infine gli uomini d’affari e i vecchi dirigenti del regime capitalistico. Quest’ultimo strato sociale non era composto dagli industriali, che in generale erano stati eliminati durante la guerra civile, ma dai «tecnici», che avevano costituito l’ossatura del vecchio sistema economico e in quel momento storico continuavano ad esercitare sulla politica governativa una grossa influenza, che si concretizzava «nella tendenza a mantenere ed a rafforzare, a disprezzo di tutto, il sistema burocratico». L’Opposizione Operaia individuava così la causa della crisi attraversata dal partito e dallo Stato nella completa subordinazione degli interessi della classe operaia a quelli delle altre due classi, aggravata dalle misere condizioni di vita delle masse. La soluzione proposta era rimettere la gestione e l’organizzazione dell’economia nazionale nelle mani dei sindacati, con una serie di provvedimenti tendenti ad affidare la direzione della produzione agli stessi produttori anziché ai «tecnici». Logica conseguenza di questa analisi fu la critica serrata alla burocratizzazione del partito, che secondo l’Opposizione Operaia non era stata affatto originata né dalla miseria né dalla abitudine alla centralizzazione contratta sotto il regime militare (come invece affermavano alcuni dirigenti), ma era un fenomeno più profondo derivato dall’influenza determinante di quei gruppi «estranei non solo al comunismo, ma anche alle più elementari aspirazioni del proletariato». Le misure da attuare per combattere la burocrazia dovevano essere drastiche: epurazione nel partito, messa in pratica del principio democratico, preponderanza operaia nella composizione dei comitati direttivi e del C.C., concreta libertà di critica e di opinione, ritorno al principio elettivo nel partito (7). La piattaforma dell’Opposizione Operaia si concludeva con il proposito dichiarato di non voler provocare alcuna scissione e con l’invito ai vertici del partito di tener conto della volontà delle masse: «Non senza ragione l’operaio di base dichiara con fiducia: Ilitch rifletterà, mediterà, ci ascolterà e darà il colpo di timone verso l’opposizione. Ilitch sarà ancora con noi» (8). Invece fu proprio Lenin il principale accusatore dell’Opposizione Operaia, che costituì il bersaglio del suo rapporto «Sull’utilità del partito e sulla deviazione anarco-sindacalista», tenuto il 16 marzo, in cui riproverò all’opposizione di essere troppo astratta e completamente slegata dalla realtà (9). Il Congresso a larga maggioranza condannò la «deviazione» anarco-sindacalista, con una mozione molto dura (10)” (pag 203-204); “L’Opposizione Operaia, pur essendosi formalmente sciolta dopo il X Congresso, continuò ad agitare i temi della critica alla linea politica del gruppo dirigente del PCR e si raccolse nel «club di discussione» del partito, che operò a Mosca nella seconda metà del 1921. Al dibattito contribuì attivamente anche Mjasnikov, il futuro fondatore del Gruppo Operaio, che inviò al C.C. un memorandum, da cui ricavò successivamente un articolo, dal titolo «Problemi gravi», pubblicato il 27 luglio; ad esso rispose, cinque giorni dopo, Lenin con una prima lettera, in cui esprimeva alcune critiche e chiedeva chiarimenti riguardo alla richiesta della libertà di stampa per tutti (15). Il 5 agosto, Lenin si occupò di nuovo del memorandum e dell’articolo di Mjasnikov in un’altra lettera, in cui analizzò più estesamente i suoi argomenti, sottoponendoli ad una severa critica. L’errore fondamentale individuato da Lenin era la richiesta di libertà di stampa: «La libertà di stampa nella RSFSR, circondata da nemici borghesi di tutto il mondo, sarebbe libertà di organizzazione politica della borghesia e dei suoi servi più fedeli, i menscevichi e i socialisti rivoluzionari. E’ un fatto incontestabile». Gli errori e le gravi carenze dello Stato sovietico erano apertamente riconosciuti da Lenin (…)” (pag 205-206); “A conclusione della questione, l’Ufficio Politico, dopo aver discusso il caso in diverse sedute, il 20 febbraio 1922 fece espellere Mjasnikov dal partito, per violazione della disciplina e per attività antipartito, lasciando tuttavia la possibilità di ripresentare domanda di ammissione dopo un anno. Nel gennaio era stato anche sciolto dalla Commissione Centrale di Controllo il «club di discussione», che aveva raccolto i maggiori oppositori della NEP. Tutto ciò non impedì tuttavia agli ex-membri dell’Opposizione Operaia di difendere il loro punto di vista davanti all’Internazionale Comunista, come già avevano fatto al III Congresso (19). E’ noto che il 26 febbraio essi inviarono una lettera all’Esecutivo Allargato, riunito per discutere la questione del fronte unico; la lettera; firmata da 22 vecchi iscritti al partito, fu accompagnata da un comunicato dell’Ufficio Politico del PCR, che, pur riconoscendo loro il diritto di rivolgersi all’organismo internazionale, sottolineava il fatto che i 22 appartenevano al gruppo condannato al X Congresso per deviazione anarco-sindacalista (20). La lettera dei membri dell’opposizione denunciava la penetrazione dell’elemento borghese nel partito, la sistematica repressione degli oppositori esercitata a tutti i livelli della burocrazia e il completo affossamento della democrazia operaia (…)” (pag 206-207); “Secondo Souvarine i membri del gruppo si erano dichiarati «vicini all’Internazionale 2 e mezzo» (28), ma nel loro programma essi si dissociavano sia dai menscevichi che dalla vecchia Opposizione Operaia, affermando di voler lavorare all’interno del partito per un rinovamento di esso (29). Il Gruppo Operaio (30) fu invece più attivo fra i lavoratori delle fabbriche; ad esso diedero vita Miasnikov, Kuznezov e Moiseev, che, basandosi sui già citati scritti di Mjasnikov, redassero il Manifesto, che fu diffuso illegalmente a Mosca agli inizi del 1923, subito prima del XII Congresso del PCR (31). In quello stesso periodo circolò anche un opuscolo anonimo, attribuito da un delegato al Congresso alla opposizione operaia, dove era richiesta l’esclusione dal C.C. della ‘troika’ composta da Stalin, Zinoviev e Kamenev. Ma il momento di maggiore attività del Gruppo Operaio fu nell’estate del 1923, quando la crisi economica (32) provocò una serie di scioperi spontanei, a Mosca, Pietrogrado, Karkov e Sormovo, che colsero di sorpresa gli stessi dirigenti sindacali e del partito; la presenza del Gruppo Operaio in quelle agitazioni fu denunciata anche da Kamenev in un discorso tenuto a Mosca l’11 dicembre, nel quale attacco in maniera dura il gruppo (…)” (pag 209-210); “Il Manifesto del Gruppo Operaio del PCR, scritto, come si è visto nel febbraio del 1923, fu pubblicato in forma ristretta a Berlino, dove era stato reso noto probabilmente dallo stesso Mjasnikov, all’inizio del 1924, con una introduzione ed alcune note a cura della KAPD (37). In esso sono riflesse tutte le ripercussioni negative delle scelte interne ed internazionali del gruppo dirigente del PCR. Il bersaglio della critica, espressa in un linguaggio caratteristico, forse volutamente «proletario», è la presunta rinuncia al compimento del processo rivoluzionario in Russia ed in Europa; una buona metà del documento è dedicata infatti al rifiuto della tattica di fronte unico, intesa come ricerca del compromesso con i socialdemocratici. Le tesi sul fronte unico proletario, proposte da Zinoviev, Radek e Bucharin, con l’appoggio di Lenin, erano state approvate dopo una lunga discussione nell’Ufficio Politico del PCR; Zinoviev aveva illustrato la nuova tattica alla Conferenza del partito, tenutasi dal 19 al 21 dicembre (38) (1922, ndr)” (pag 210-211) [Piero Conti, Il Manifesto del «Gruppo Operaio» del PCR (b)’, Movimento operaio e socialista, Genova, n. 2-3, aprile-settembre 1971] [(9) Lenin disse: “Dobbiamo dirci che affinché l’unità sia salda bisogna che una determinata deviazione sia condannata. Poiché essa si è delineata occorre metterla in evidenza e discuterla. Ma se occorre una discussione circostanziata, facciamola pure (…) e se occorre, se è opportuno, porteremo questo problema anche su scala internazionale (…). Ma la discussione teorica è una cosa, e la linea politica del partito, la lotta politica, sono un’altra. Non siamo un circolo di discussione” (cfr. Lenin, Opere complete, Ed. Riun., Roma, vol. 32, p. 231); (10) Ibid. p. 225-228; (11) Ibidem, pp. 222-224 (…)] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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