“L’intera attività produttiva degli uomini – il loro ‘lavoro’ – si svolge, quali che siano i rapporti sociali, come appropriazione e trasformazione di elementi naturali con l’aiuto di mezzi e forze tratti dalla natura stessa, il cui scopo è la riproduzione della vita: «In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra sé stesso e la natura: contrappone sé stesso, quale una tra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita» (Il Capitale, I). L’attività economica, in quanto produttrice di ‘valori d’uso’, è dunque concepita come una ‘forma modificata del “ricambio organico (Stoffwechsel) tra l’uomo e la natura”, come dice Marx con termine significativamente mutuato dalle scienze naturali del suo tempo. Il concetto di ‘ricambio organico’ è di straordinaria modernità; esso equivale all’idea di metabolismo della natura, fatto di cicli di materia e di flussi di energia, sostrato delle mutue relazioni fra le specie e fra esse e ambiente circostante, quale è proprio della moderna ecologia. Si veda la descrizione che ne dà Jacob Moleschott, naturalista tedesco contemporaneo di Marx e come lui influenzato dall’antropologia materialistica di Feuerbach, probabilmente l’ispiratore diretto di Marx stesso: «Ciò che l’uomo elimina, nutre la pianta. La pianta trasforma l’aria in elementi solidi e nutre l’animale. I carnivori si nutrono di erbivori, per divenire a loro volta preda della morte e diffondere nuova vita nel mondo delle piante. A questo scambio della materia si è dato il nome di ricambio organico» (Jacob Moleschott, ‘Il ciclo della vita’, 1857). L’accusa di non aver colto le relazioni tra attività economica e cicli naturali, tra economia ed ecologia, rivolta continuamente a Marx (da Nicholas Georgescu-Roegen, ad esempio), messo nello stesso sacco con la quasi totalità degli economisti borghesi, è completamente ingiustificata. Da questo punto di vista, anzi, Marx è un precursore. Per ciò che riguarda la sua forma materiale, dunque, l’attività economica è un processo naturale, prolungamento e modificazione dei processi della natura stessa piegati dall’uomo ai suoi fini. I risultati della produzione sono frutto pertanto non solo dell’attività dell’uomo ma anche di quella della natura: «Il lavoro, come formatore di valori d’uso, come ‘lavoro utile’, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediar il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini. (…) Nella sua produzione l’uomo può soltanto operare come la natura stessa: cioè ‘unicamente modificando le forme dei materiali’. E ancora: in questo stesso lavoro di formazione l’uomo è costantemente assistito da forze naturali. Quindi ‘il lavoro non è l’unica fonte dei valori d’uso che produce, della ricchezza materiale’. Come dice William Petty, il lavoro è il padre della ricchezza materiale e la terra né è la madre» (Capitale I). Ma il processo lavorativo si distacca dalla mera appropriazione animale della natura fin dai primordi della specie umana, essendo l’uso degli ‘strumenti’ – organi extracorporei dell’uomo – specifica caratteristica umana: «L’uso e la creazioni dei mezzi di lavoro, benché già propri, in germe, di certe specie animali, contraddistinguono il processo lavorativo specificamente umano; per questo il Franklin definisce l’uomo “a toolmaking animal”, un animale che fabbrica strumenti». Con l’evolvere della vita sociale dell’uomo, il suo metabolismo con la natura diviene progressivamente un processo mediato ‘socialmente’: «Ogni produzione è un’appropriazione della natura da parte dell’individuo, entro e mediante una determinata forma di società» (Grundrisse)” [Tiziano Bagarolo, a cura, ‘Marxismo ed ecologia. Marxismo rivoluzionario e questione ambientale. Un contributo per aprire il dibattito’, Milano, 1989]

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