“Kautsky aveva caratterizzato il suo ruolo di teorico della socialdemocrazia tedesca dopo la fine dell’era di Bismarck proprio per il fatto di presentarsi come «profeta» della «crisi del capitalismo». Fra il programma di Erfurt del 1891, di cui era stato, insieme con Bernstein, l’estensore, e l’opuscolo del 1909, ‘La via al potere’, Kautsky non fece altro che esprimere la convinzione che qualsiasi grande crisi sociale che avesse coinvolto la Germania e l’Europa si sarebbe risolta in una rivoluzione socialista. Il che stava a dire che, a suo giudizio, la «natura della crisi» sarebbe stata tale da segnare una crisi del sistema capitalistico; che non vi sarebbe stato da attendersi una ulteriore fase di sviluppo capitalistico, e che l’avvenire apparteneva quindi al socialismo. Una guerra imperialistica sarebbe stata la tomba del capitalismo e la culla della rivoluzione. Nell’opuscolo del 1909, Kautsky sintetizzò il suo pensiero stabilendo alcuni nessi essenziali: ormai – disse – una rivoluzione è «possibile solo come rivoluzione ‘proletaria’»; il tipo di governo che occorre è il «dominio esclusivo» del proletariato (con questa espressione egli intendeva la «dittatura del proletariato»); vi è una sola «alternativa» storico-universale: fra imperialismo e socialismo, cioè fra la politica della borghesia e quella del proletariato (K. Kautsky, ‘Der Weg zur Macht’, Berlin, 1920, pp. 26, 28, 151). E’ noto che Lenin e Trotsky, nel corso delle successive controversie con Kautsky, rimproverarono al teorico socialdemocratico di avere abbandonato e quindi «rinnegato» le tesi rivoluzionarie espresse nel saggio del 1909. Non starò qui a ricordare su quali equivoci interpretativi poggiasse l’atteggiamento dei capi della rivoluzione bolscevica nei confronti di Kautsky (mi permetto a proposito di rinviare al mio libro ‘Kautsky e la rivoluzione socialista, 1880-1938’); ma è certo che negli anni successivi Kautsky pervenne a posizioni diverse sulla natura della crisi capitalistica e sulle sue prospettive per le forze socialiste. Alcuni «segni» di questo mutamento sono da individuarsi in effetti già prima del 1909, e da connettersi alla disillusione provata in seguito alla sconfitta elettorale che la socialdemocrazia aveva subito nel 1907. Kautsky si trovò a dover registrare che l’imperialismo e il colonialismo avevano avuto una «forza di richiamo» presso «larghe masse» assai superiore a quella che la socialdemocrazia  e lui stesso avessero previsto (‘Der 25 Januar’, in «Die neue Zeit», XXV, 1906-1907, vol. I, pp. 588-89). Ora qual era il significato di questa «forza di richiamo», quali potevano essere le implicazioni per lo scontro fra politica imperialistica della borghesia e politica del proletariato? Un altro segno inquietante Kautsky lo aveva colto in anni ancora precedenti, nel 1904, allorché era stato spinto alla conclusione che, nel corso delle lotte politiche e sociali in Germania, ma non solo in questa, la piccola borghesia messasi al carro del grande capitale finanziario, stava diventando «la truppa scelta della reazione» (‘Wie weit ist das kommunistische Manifest veraltet?’, in «Leipziger Volkszeitung», 23 luglio 1904). La conclusione che, comunque, Kautsky aveva tirato era stata in un primo tempo tale da non modificare la sua concezione sulla «natura» della crisi: la forza del proletariato è destinata a crescere, anche se questo va incontro, proprio per la sua politica rivoluzionaria, ad un crescente isolamento; la borghesia, a sua volta, esprime con l’imperialismo la sua condanna storica” [Massimo L. Salvadori, Kautsky e Lenin nella crisi del primo dopoguerra ] [(in) AaVv, Rivoluzione e reazione in Europa, 1917 – 1924. Convegno storico internazionale. Perugia, 1978. Volume II, Roma, 1978] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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