“La prima guerra mondiale modificò radicalmente le coordinate entro le quali era stata condotta la politica imperialistica. Nel segno dello sforzo bellico, le risorse economiche e umane, in particolare nelle colonie inglesi e francesi, vennero convogliate in misura crescente verso obiettivi militari; tuttavia questa situazione, in particolare in Asia, riaccese le rivendicazioni autonomistiche. Nell’ottobre 1917 Lenin, nel suo celebre ‘Manifesto dei popoli’, non si limitò a proclamare i principi di una pace generale senza riparazioni e annessioni, fondata sull’autodeterminazione dei popoli, ma chiese inoltre che le popolazioni del mondo extra-europeo fossero liberate dal giogo del colonialismo. Anche in Occidente cominciò a farsi strada l’opinione che il dominio coloniale, in futuro, potesse essere esercitato solo ‘in trust’ per la popolazione indigena e che lo scopo ultimo di qualsiasi politica coloniale fosse la concessione dell’indipendenza. Il segretario di Stato per gli affari indiani Edwin S. Montagu, dopo che Lloyd George divenne primo ministro, definì nel 1917 “the progressive realisation of responsible government” nell’India britannica l’obiettivo della politica coloniale del suo paese (Lloyd). Anche Clemenceau, nell’ottobre 1918, prospettò una nuova politica della Francia nei confronti delle popolazioni indigene del suo impero coloniale, ovvero una “politica di ampia associazione”, che avrebbe assegnato “ai nativi il loro posto legittimo nell’ambito della strategia civilizzatrice (‘action civilisatrice’) (Thobie, Meynier, Cocquery-Vidrovith, Ageron). Con il sistema dei mandati della Società delle Nazioni venne faticosamente trovata una sorta di regolamentazione, che conciliava la sopravvivenza dei vecchi imperi coloniali, inclusa l’annessione delle colonie tedesche e la spartizione dell’impero ottomano, con i principi fondatori di un nuovo ordine di pace universale proclamati da Wilson. Ma in sostanza si inaugurava così una nuova era, quella della progressiva riduzione del dominio coloniale, con l’obiettivo finale – all’epoca differito in un futuro imprecisato – di concedere l’indipendenza ai popoli indigeni. Apparentemente, con il trionfo sugli imperi centrali, l’ordine in un primo tempo sembrò restaurato nel modo migliore. La restituzione degli imperi coloniali ancora esistenti, al prezzo di modeste concessioni, fu conclusa agevolmente: il solo elemento dissonante fu il definitivo ingresso dei giapponesi nell’arena imperialistica. Nondimeno, si inaugurava una nuova fase del dominio imperialistico (…)” [Wolfgang J. Mommsen, Imperi e mercati coloniali] [(in) ‘Storia della economia mondiale. 7. Tra espansione e recessione. L’apogeo della borghesia e dell’imperialismo’, a cura di Valerio Castronovo, Milano, 2009]

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