“Così, nell’idea blanquista della presa del potere come prima condizione della liberazione sociale, appare il germe di un’idea giusta sebbene non formulata chiaramente dai blanquisti, quella della dittatura del proletariato. Engels sottolinea questo fatto nella prefazione sopracitata [prefazione del 1891 alla ‘Guerra civile in Francia’, ndr]: “E che cosa fece la Comune, la quale era composta in maggioranza appunto di questi blanquisti? In tutti i suoi proclami ai francesi della provincia essa li chiamò a costituire una libera federazione di tutti i comuni francesi con Parigi; una organizzazione nazionale, che per la prima volta doveva essere creata dalla nazione stessa. Proprio l’opprimente potere del precedente governo centralizzato, il potere dell’esercito, della polizia politica, della burocrazia, che Napoleone aveva creato nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come strumento ben accetto e aveva sfruttato contro i suoi avversari, proprio quel potere doveva cadere dappertutto, come già era caduto a Parigi. La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare ad amministratore con la vecchia macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già sfruttato contro di essa, e d’altra parte deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione…”” [André Marty, La vera immagine di un grande rivoluzionario: Augusto Blanqui, Rinascita, Roma, N° 11 novembre 1951]

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