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'Gli stretti contatti di Lenin con Struve durante il periodo dell'arresto e dell'esilio in Siberia' PDF Stampa E-mail

"Uno dei nuovi saggi di Struve - «Die Marxsche Theorie der sozialen Entwicklung» - apparve in una rivista socialista tedesca e fu interpretato come un forte critica del marxismo. La maggiore obiezione di Struve era per l'utopismo dell'approccio dialettico alla storia. Quest'approccio, aggiungeva Struve, contraddice ed invalida  il materialismo storico, la grande (e per Struve a quell'epoca ancora corretta) pietra angolare del marxismo. Nella vita attuale, non esiste opposizione dialettica tra capitalismo e socialismo, ma piuttosto il secondo si sviluppa gradualmente dal primo. Perciò il collasso del capitalismo, sottolineato dai marxisti ortodossi, comporterebbe automaticamente una parallela diminuzione delle possibilità del socialismo. Allo stesso modo l'identificazione della rivoluzione sociale (in realtà un processo graduale) con la rivoluzione politica (una conquista improvvisa del potere) è del tutto priva di valore. In nessun caso la rivoluzione sociale potrebbe essere né guidata, né sviluppata con ciò che Struve definisce concezione «giacobino-blanquista» della conquista del potere. Nonostante i saggi del 1899 e le crescenti frizioni coi 'leaders' ortodossi del marxismo russo, non venne meno la collaborazione di Struve con questi ultimi. In viaggio verso l'estero dalle loro località di esilio in Russia, Lenin, Martov e Potresov si incontrarono con Struve e Tugan-Baranovskij a Pskov nella primavera del 1900 per discutere la pubblicazione congiunta di un periodico all'estero. Un anno più tardi, dopo ulteriori e ampi negoziati con gli stessi e con i vecchi 'leaders' emigrati a Monaco, Struve sottoscrisse con Plechanov un formale accordo editoriale (23). Per ragioni indipendenti da loro, il progetto non si realizzò. Ma l''Iskra', nuovo giornale ortodosso all'estero, pubblicò testi di Struve. E pubblicò non solo un suo ampio articolo, ma anche un 'pamphlet' curato da Struve, contentente un sensazionale pro-memoria segreto del Ministro delle finanze Witte, pamphlet giunto a Struve da una terza persona (24). L'articolo che Struve pubblicò sull''Iskra' svolse un ruolo di primaria importanza nella rottura definitiva. In esso egli si esprimeva non più da marxista revisionista - quale era stato nel 1899 - ma da liberale. Egli ormai parteggiava apertamente e insistentemente per il 'zemstvo', per la nobiltà liberale e per i gradualismo; la rivoluzione e il movimento rivoluzionario erano assolti, ma solo come mezzi per conseguire obiettivi liberali. Dopo un'intensa corrispondenza tra i 'leaders' ortodossi, questi ultimi risposero con un violento attacco di Lenin (25) contro Struve e contro il liberalismo della nobiltà (*). L'eterodossia da «lupo solitario» di Struve, che aveva sempre irritato Lenin, restò un tratto costante di tutta la sua vita. Ma i suoi primi ondeggiamenti tra marxismo e liberalismo - sia che fossero solo tattici (come egli dichiarò a più riprese, sia che fossero in parte anche ideologici (come lasciano intendere le sue azioni e i suoi scritti del tempo) - scomparvero a partire dal 1900. L'attacco di Lenin, unito al fallimento del progetto di pubblicare un organo congiunto, accelerarono l'allontanamento di Struve dal marxismo ortodosso. L'elemento più decisivo fu, tuttavia, la conclusione della battaglia marxista-populista. Ciò escludeva la possibilità dell'antica specie di alleanza ideologica e organizzativa che Struve descrisse più tardi: «Io allora mi rendevo conto con la mente e con i sentimenti che la cosa più necessaria di tutte fosse di condurre e di portare a compimento una lotta congiunta contro il populismo e di approntare una nuova concezione, pratica e vitale, della realtà russa. Senza essere mai stato un ortodosso, in questi due compiti mi sentivo pienamente solidale con l'ortodossia» (26). Ma benché Struve e gli altri marxisti legali fossero innegabilmente influenzati da Bernstein e dal revisionismo tedesco, essi non divennero mai dei «bernsteiniani» russi. I marxisti legali russi avevano più volte manifestato la loro scarsa considerazione per le capacità teoretiche di Bernstein. Così Struve, in una delle poche lettere rimaste di quel periodo, scrive che Bernstein è «povero filosoficamente, talvolta filisteo e teoreticamente ragiona in maniera piuttosto oscura» (27). Più sostanzialmente, i revisionisti tedeschi fallirono  come punto di riferimento  incondizionato perché i marxisti legali non erano più interessati al movimento socialdemocratico (e neppure a Marx), mentre i tedeschi lo erano ancora. Quasi tutte le polemiche revisioniste di Struve e di Berdjaev riguardavano non i problemi del socialismo e del lavoro, ma la loro propria filosofia neokantiana. L'idealismo filosofico, l'individualismo ed eventualmente il liberalismo cominciarono a prendere il sopravvento sempre di più sugli 'slogan' negativi dell'antiortodossia e del marxismo «critico». I revisionisti tedeschi erano stati per lungo tempo membri del loro partito marxista, e ne restavano membri. I marxisti legali, invece, erano approdati al movimento social-democratico solo durante la battaglia populista. Non c'era mai stato un matrimonio, ed ora la fine di questo momento segnava la fine di tutto il rapporto. Non stupisce quindi che i marxisti legali abbiano rinnegato ogni rapporto formale col revisionismo tedesco" [George Fischer, 'Liberalismo russo', Roma, 1974] [(23) Testo parziale in 'Obscestvennoe dvizenie v Rossii', vol. I, pagg. 615-616; (24) 'Samoderzavie i zemstvo': questo il titolo di ambedue i 'pamphlet' e dell'articolo; (25) Lenin, «Goniteli zemstva i annibaly liberalizma». La corrispondenza è apparsa nel terzo volume del 'Leniniskij sbornik'; (26) Struve, 'Na raznye temy', pag. 301; (27) Testo parziale della lettera di Struve in 'Social-demokraticeskoe dvizenie v Rossii', pag. 348; (*) Lenin svolse un ruolo particolare nei rapporti degli ortodossi con Struve. La sua reazione ai vecchi 'Kriticeskie zametki' di Struve - pubblicata col titolo 'Ekonomiceskoe soderzanie narodnicestva i kritika ego v knige g. Struve' - fu un tipico attacco tagliente e prolisso, ma non certo il più duro dei commenti ortodossi. Nonostante questo, in epoca successiva Lenin sollecitò più volte una conciliazione organizzativa ed era personalmente favorevole a stretti contatti con Struve. Quando Lenin era stato arrestato nel 1896, era toccato a Struve di procurare la maggior parte dei molti libri che la famiglia gli inviava apertamente e regolarmente in Siberia. Inoltre Struve aveva svolto un ruolo decisivo nel far pubblicare legalmente le due maggiori opere composte da Lenin durante la sua permanenza in Siberia. Una di queste trattava dello sviluppo del capitalismo russo (1898), di cui gran parte era apparsa originariamente nel 'Novoe slovo' redatto da Struve. Infine Struve aveva procurato a Lenin e a sua moglie un contratto editoriale per tradurre, mentre erano in esilio, la ponderosa opera di Sidney e Beatrice Webb, 'Industrial Democracy'. Tutto ciò era accompagnato da scambi frequenti ed amichevoli, di cui si trova traccia nelle 'Pis'ma k rodnym' di Lenin. Questi espose le sue ragioni in favore di un mantenimento dei rapporti  con l'ideologicamente sospetto Struve in una lettera a Potresov del 1899: «nell'attuale composizione del nostro 'Genossen' ['compagnia', ndr] non mancano certo i 'verkleideten Liberalen' [liberali mascherati, ndr]... Questa è, per così dire, la nostra fortuna; ciò ci autorizza a fare assegnamento su un debutto più facile e più sollecito, che richiede appunto l'impiego di tutti questi 'verkleideten'». (Questa lettera è riportata in Lenin, 'Socinenija', IV, ed. XXXIV, 8-11)] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

 
Con la traduzione del 'Manifesto' Plechanov ha compiuto un passo decisivo verso il marxismo PDF Stampa E-mail

"Un ulteriore passo in avanti verso una più completa acquisizione del marxismo si può vedere nello scritto 'La teoria economica di Karlo-Jagetzow', composto di tre parti: le prime due furono scritte verso la fine del 1881 e l'ultima alla fine del 1882. Nei due primi articoli Plechanov mette quasi sulla stessa linea Rodbertus con Marx. Nella terza parte, dopo lo studio e la traduzione del 'Manifesto' egli critica risolutamente Rodbertus specialmente per quanto riguarda il concetto di capitale e l'insegnamento sulle crisi economiche. Non considera più Rodbertus un socialista e lo definisce  «un possidente che vuole utilizzare il movimento operaio, fra l'altro, nell'interesse dei proprietari fondiari» (73). Questi lavori di carattere economico, scritti con l'aiuto materiale e morale di Lavrov, e pubblicati sui giornali legali con uno pseudonimo, permisero al Plechanov di risolvere i più impellenti problemi finanziari che lo assillavano. Giungiamo così al momento culminante e decisivo della sua evoluzione dal populismo al marxismo: «Personalmente posso dire che la lettura del Manifesto comunista rappresenta un'epoca della mia vita. Fui ispirato dal Manifesto - affermò Plechanov nel 1909 sul 'Vorwärts' - e subito decisi di tradurlo in russo» (74). La traduzione del 'Manifesto' non avvenne a Parigi ma vicino a Clarens. Egli infatti voleva riavvicinarsi alla famiglia e ai suoi compagni di lotta. Vedremo in seguito quanto più rapidamente si fosse sviluppata in generale la personalità di Plechanov nell'anno trascorso a Parigi rispetto ai suoi amici rimasti a Ginevra. Dalla fine del 1881 l'attenzione di Plechanov è ormai fissata sullo sviluppo del movimento operaio russo. (...) Ritornando al 'Manifesto' e alla traduzione che Plechanov faceva lentamente ma diligentemente e chiarendo definitivamente le proprie idee, è necessario sottolineare che essa fu pronta solo nella primavera del 1882. A Plechanov appartiene il merito non solo dell'iniziativa della traduzione ma anche di aver chiesto una prefazione speciale per il lettore da parte di Marx e Engels (78). Lavrov a questo proposito era restio perché aveva appreso della morte di Jenny Marx. L'insistenza di Plechanov la spuntò: Lavrov scrisse a Marx. Quest'ultimo rispose a Lavrov il 23 gennaio 1882 allegando alla lettera «alcune righe». In queste righe fra l'altro era scritto che «la Russia rappresenta un reparto di avanguardia del movimento rivoluzionario europeo» (79). La pubblicazione del 'Manifesto' fu accompagnata da una serie di allegati (80) fra cui «Alcune parole del traduttore». In questo scritto Plechanov intervenne contro la concezione della lotta politica, predominante allora in Russia, intesa come un complotto. Contemporaneamente si schierò anche contro la concezione liberale sui compiti della lotta politica. Questo scritto e la prefazione al 'Manifesto' dimostrano che oramai Plechanov ha compiuto un passo decisivo verso il marxismo. Il 'Manifesto' riesce finalmente a conciliare tutte le molteplici esperienze rivoluzionarie di Plechanov, tutte le contraddizioni che erano sorte sia nel pensiero sia nell'azione quotidiana. L'accettazione di una concezione marxista da parte di Plechanov rappresenta una rottura radicale con tutto il precedente pensiero rivoluzionario russo. Da ora in poi il 'Capitale' di Marx sarà il «letto di procuste» per i dirigenti rivoluzionari russi. In ultima analisi, fa fallimento una volta di più l'idea del «popolo eletto» chiamato a riscoprire il «paradiso perduto», per tutta l'umanità. Egli riuscì così a superare i pregiudizi rivoluzionari dell''intelligencija' russa che avevano complesse radici secolari. Si potrebbe concludere con un paradosso di Trotsky: Plechanov «nazionalizzò» la teoria marxista, e perciò «snazionalizzò il pensiero rivoluzionario russo»" [Renato Risaliti, 'G.V. Plechanov da populista a marxista', 'Critica storica', Roma, n. 4 1969] [(73) 'Dela i Dni', op. cit., pp. 86-87. Con questi articoli Plechanov incominciò ad acquistarsi sia in patria che all'estero fama di economista illustre che non lo lascerà pioù. Si veda in proposito "Critica sociale", 1891, n. 5, p. 73 che lo presenta ai suoi lettori con queste parole: Giorgio Plechanov, l'illustre russo rifugiato a Ginevra, riconosciuto dagli stessi avversari come il più geniale economista russo dopo il Cernysevskij; (74) Plechanov, XXIV, pp. 178-179; (78) 'Dea i Dni', op. cit., p. 89 (la lettera di Plechanov a Lavrov è senza data, ma con tutta probabilità è stata scritta alla fine di dicembre del 1881, inizio di gennaio 1882); (79) Ibidem, e Marx e Engels, XIX, p. 305 (II ed. russa); (80) Polevoj, op. cit, p. 156]

 
L'influenza della socialdemocrazia tedesca sulla genesi del marxismo in Russia PDF Stampa E-mail

"A Ginevra, Plechanov aveva letto l''Antidühring' di Engels; a Parigi prosegue il suo sforzo per conoscere più da vicino Marx e il marxismo (59). A tal fine si documenta sulla storia della I Internazionale e sulla lotta senza quartiere fra Marx e Bakunin. Alla luce di questi documenti capisce che è impossibile conciliare il marxismo e il populismo di ispirazione bakunista. Legge anche la 'Filosofia della miseria' di Proudhon, e la risposta di Marx la 'Miseria della filosofia': evidenti tracce di questo interno lavoro sono rimaste anche nel carteggio fra Plechanov e Lavrov. «Con mio grande rincrescimento e stizza - afferma Plechanov in una lettera senza data, probabilmente dell'aprile 1881 - non posso ricordare dove usa Marx l'espressione «categoria storica»... Mi sembra che questa espressione sia usata per la prima volta ne «La misère de la philosophie» sebbene dove in particolare non posso dire» (60). Molto probabilmente la lettura di uno scritto di Engels del 1875 contro Tkacev fece vacillare definitivamente la fiducia nel populismo. Nella polemica contro il blanquista russo, Engels giungeva in sostanza alla conclusione cui giungeva Orlov nel suo lavoro e affermava che «l'obscina in Russia già da molto tempo ha raggiunto il suo massimo rigoglio e con tutta probabilità va verso la sua distruzione» (61). Fra gli elementi che contribuirono all'evoluzione delle concezioni di Plechanov va senz'altro presa in considerazione l'influenza della socialdemocrazia tedesca, fattore che anche di recente è stato a torto tralasciato da storici di diversa formazione. E' noto che Kautsky rimase profondamente colpito da Plechanov nell'incontro avvenuto a Parigi durante una riunione operaia (62). Comunque sia, durante il periodo precedente all'emigrazione e immediatamente successivo, Plechanov aveva assunto una posizione critica nei confronti della socialdemocrazia tedesca; ma ora le sue opinioni subiscono un impercettibile cambiamento parallelamente alla revisione delle sue concezioni bakuniste sullo Stato e la lotta politica. Tra le due tendenze interne alla socialdemocrazia tedesca, i 'cernoperedel'ey, all'inizio, erano solidali con Most, e la sua frazione anarchica, influenzata pure da Tkacev e da Gartman. Gli dettero ospitalità perfino sul loro giornale per attaccare la socialdemocrazia tedesca. Plechanov non approvava gli articoli di Most «sebbene fossi uno dei redattori del 'Cernyj Peredel', l'articolo di Most apparve in esso senza 'che io lo sapessi' perché non ero presente. Non mi piaceva che esso fosse apparso perché mi allontanavo sempre più dall''anarchismo' e mi avvicinavo sempre più alla socialdemocrazia. Ma l'errore era incorreggibile» (63). In rapporto a questo fatto, di recente Baron ha risollevato una questione di estremo interesse: mentre Plechanov compie i passi decisivi verso il marxismo, dall'altro Marx e Engels si allontanano dai 'Cernoperedel'cy' per esprimere tutta la loro simpatia ai loro avversari: i 'narodovol'cy'. Il fenomeno, secondo Baron, è ironico. Noi crediamo che sia molto più ironico il rinvio che fa Baron a Bernstein per attaccare Marx (64). Non si riesce proprio a capire come si possa riconoscere una «certa validità», come fa Baron, alla tesi di Bernstein per cui Marx si sarebbe ripetutamente astenuto dall'attaccare le posizioni teoriche dei populisti quando poi lo storico anglosassone riconosce che il populismo di stampo bakunista su quasi tutta la linea è antitetico al marxismo oppure, che lo scritto di Engels contro Tkacev ha dato un grande impulso all'allontanamento di Plechanov dal populismo (65). Forse si tratta di un rebus che lo stesso Baron non sarebbe in grado di spiegare" [Renato Risaliti, 'G.V. Plechanov da populista a marxista', 'Critica storica', Roma, n. 4 1969]  [(59) Dejc, 'Kak G.V. Plechanov stal markistom', p. 120; (60) 'Dela i Dni', 1921, II, pp. 78 e segg.; (61) Marx e Engels, 'Socinenija (opere)', p. 545 (II ed. russa), e il Baron, 'Plekhanov. The Father of russian marxism', London, 1963, p.60; (62) Baron, op. cit., e Polevoj, op. cit. [I.Z. Polevoj, 'Zarozdenie markisma v Rossii' (La nascita del marxismo in Russia), Moskva, 1959] nei capitoli corrispondenti. La dimostrazione che egli seguiva attentamente la lotta della socialdemocrazia è data dalla lettera che egli inviò al congresso di Wieden del 1880 in nome del 'Cernyj-peredel'. Cfr. 'Protokolle des Kongresses der deutschen Sozialdemocratie abgekalten auf Schloss Wiede in der Schweiz am 20 bis 23 August 1880', Zurich, Verlag A. Herde, Seite 13 e anche il libro 'Friedrich Engels Briefwechsel mit Karl Kautsky', Wien, 1955, p. 18; (63) G.V. Plechanov, XXIV, p. 159 (nota); (64) Bernstein, 'Karl Marks i russkie  revoljucionery' (Karl Marx e i rivoluzionari russi), pp. 9-10, 16-17; (65) Baron, op. cit., pp. 66-67]

 
'Marx dedica alla Comune un'opera che finora è il migliore insegnamento per l''assalto al cielo'' PDF Stampa E-mail

"Marx non si abbandonò alla saggezza di quei saccenti che hanno paura di valutare la 'tecnica' delle forme estreme della lotta rivoluzionaria. Egli tratta proprio di questioni 'tecniche' della insurrezione. Difesa o attacco? - chiede, come se si trattasse di operazioni militari alle porte di Londra. E decide: assolutamente l'attacco, "'occorreva marciare subito su Versailles...'". Ciò fu scritto nell'aprile 1871, poche settimane prima del grande maggio insanguinato... "Occorreva marciare subito su Versailles" per gli insorti che si erano accinti alla "folle" (settembre 1870) impresa di dare l'assalto al cielo. "Non si dovevano prendere le armi" nel dicembre 1905 per difendersi con la violenza contro i primi tentativi di carpire le libertà conquistate...". Davvero, non per nulla Plechanov si paragonava a Marx! "Secondo errore" continua Marx nella sua critica 'tecnica', "il Comitato Centrale" (la 'direzione militare', notate bene, si tratta del Comitato Centrale della Guardia Nazionale) "abbandonò il suo potere 'troppo presto'". Marx seppe mettere in guardia i 'capi' da una insurrezione prematura. Di fronte al 'proletariato' che dava l'assalto al cielo, però, si comportò da consigliere pratico, da partecipante alla 'lotta' delle masse che, nonostante le false teorie e gli errori di Blanqui e di Proudhon, elevava l''intero' movimento ad un 'livello superiore'. "Comunque", egli scrive, "l'insurrezione di Parigi - anche se sopraffatta dai lupi, dai porci e dai volgari cani della vecchia società - è l'azione più gloriosa del nostro partito dopo l'insurrezione di giugno". E senza nascondere al proletariato neppure un solo errore della Comune, Marx dedica a questa 'azione eroica' un'opera che 'fino al giorno d'oggi' è il migliore ammaestramento per l'assalto al "cielo" e il più terrificante spettro per i "porci" liberali e radicali. Plechanov dedica al dicembre un'"opera" che è quasi diventata il vangelo dei cadetti. Davvero, non per nulla Plechanov si paragona a Marx. Evidentemente Kugelmann rispose a Marx con qualche espressione di dubbio, accennando all'assoluta mancanza di prospettive e al realismo in antitesi con il romanticismo; per lo meno confrontò la Comune - un' 'insurrezione' - con la pacifica manifestazione del 13 giugno 1849 a Parigi. Subito (il 17 aprile 1871) Marx riprende Kugelmann severamente: «Sarebbe del resto assai comodo», scrive, «fare la storia universale se si accettasse battaglia soltanto a condizione di un esito infallibilmente favorevole». Nel settembre 1870 Marx definì l'insurrezione una follia. Quando però le 'masse' si sollevarono, Marx vuole marciare con esse, imparare assieme ad esse nel corso della lotta, e non solo declamare istruzioni burocratiche. Egli comprende che il tentativo di determinare in anticipo le prospettive 'con assoluta precisione' sarebbe ciarlataneria o sconfortante pedanteria. 'Al di sopra di tutto' egli pone il fatto che la classe operaia 'fa' di propria iniziativa, eroicamente, con abnegazione, la storia universale. Marx considerava la storia dal punto di vista di coloro che la fanno, anche se in precedenza non possono calcolare 'senza sbagliare', le prospettive, ma non la considerava dal punto di vista dell'intellettuale piccolo-borghese che sentenzia: «era facile prevedere... non si dovevano prendere...». Marx si rendeva anche conto che nella storia vi sono dei momenti in cui una lotta disperata delle 'masse', sia pure per un'impresa senza prospettive, è 'necessaria' per l'ulteriore educazione di queste masse e la loro preparazione alla 'prossima' lotta" [V.I. Lenin, Prefazione (1907)] [(in) Karl Marx, Lettere a Kugelmann, 1950] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

 
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