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'Uno stadio necessario nella lotta per la rivoluzione socialista' in Russia PDF Stampa E-mail

"The development of Russia is characterized first of all by backwardness. Historical backwardness does not, however, signify a simple reproduction of the development of advanced countries, with merely a delay of one or two centuries. It engenders an entirely new "combined" social formation in which the latest conquests of capitalist technique and structure root themselves into relations of feudal and pre-feudal barbarism, transforming and subjecting them and creating a peculiar interrelationship of classes. The same thing applies in the sphere of ideas. Precisely because of her historical tardiness Russia turned out to be the only European country where Marxism as a doctrine and the social democracy as a party attained powerful development even before the bourgeois revolution. It is only natural that the problem of the correlation between the struggle for democracy and the struggle for socialism was submitted to the most profound theoretical analysis precisely in Russia. Idealist-democrats, chiefly the Narodniks (59), refused superstitiously to recognize the impending revolution as bourgeois. They labelled it "democratic" seeking by means of a neutral political formula to mask its social content - not only from others but also from themselves. But in the struggle against Narodnikism, Plekhanov, the founder of Russian Marxism, established as long ago as the early eighties of the last century that Russia had no reason whatever to expect a privileged path of development, that like other "profane" nations, she would have to pass through the purgatory of capitalism and that precisely along this path she would acquire political freedom indispensable for the further struggle of the proletariat for socialism. Plekhanov not only separated the bourgeois revolution as a task from the socialist revolution - which he postponed to the indefinite future- but he depicted for each of these entirely different combinations of forces. Political freedom was to be achieved by the proletariat in alliance with the liberal bourgeoisie; after many decades and on a higher level of capitalist development, the proletariat would then carry out the socialist revolution in direct struggle against the bourgeoisie. Lenin, on his part, wrote at the end of 1904 : "To the Russian intellectual it always seems that to recognize our revolution as bourgeois is to discolor it, degrade it, debase it. . . . For the proletariat the struggle for political freedom and for the democratic republic in bourgeois society is simply a necessary stage in the struggle for the socialist revolution." "Marxists are absolutely convinced," he wrote in 1905, "of the bourgeois character of the Russian revolution. What does this mean? This means that those democratic transformations . . . which have become indispensable for Russia do not, in and of themselves, signify the undermining of capitalism, the undermining of bourgeois rule, but on the contrary they clear the soil, for the first time and in a real way, for a broad and swift, for a European and not an Asiatic, development of capitalism. They will make possible for the first time the rule of the bourgeoisie as a class. . . .". ''We cannot leap over the bourgeois democratic framework of the Russian revolution," he insisted, "but we can extend this framework to a colossal degree." That is to say, we can create within bourgeois society much more favorable conditions for the future struggle of the proletariat. Within these limits Lenin followed Plekhanov. The bourgeois character of the revolution served both factions of the Russian Social Democracy as their starting point. It is quite natural that under these conditions, Koba (Stalin) did not go in his propaganda beyond those popular formulas which constitute the common property of Bolsheviks as well as Mensheviks. "The Constituent Assembly," he wrote in January 1905, "elected on the basis of equal, direct, and secret universal suffrage - this is what we must now fight for! Only this Assembly will give us the democratic republic, so urgently needed by us for our struggle for socialism." The bourgeois republic as an arena for a protracted class struggle for the socialist goal - such is the perspective." [Leon Trotsky, 'Three conceptions of the Russia Revolution', August 1939] [(in) Leon Trotsky, 'Writings of Leon Trotsky, 1939-1940', New York, 1973] [(59) The Narodniks (populists) were the organized movement of Russian intellectuals who conducted activities among the peasantry between 1876 and 1879, when they split into two parties: one was extremely anarchistic and was smashed after the assassination of Czar Alexander II in 1881; the other was led by George Plekhanov (1856-1918), and split again, the Plekhanov group becoming Marxist while the other wing evolved into the peasant-based Social Revolutionary Party. Plekhanov became a leader of the Menshevik faction in the Russian Social Democracy after 1903] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

 
Lenin:«la rivoluzione socialista è stata affrettata dal corso della guerra» PDF Stampa E-mail

"In occasione della settima Conferenza panrussa del Partito operaio socialdemocratico russo, tenutasi tra il 24 e il 29 aprile 1917, Lenin aveva spiegato che il capitalismo di Stato - impadronendosi di fatto, nel corso della guerra, di quasi tutti i settori produttivi e distributivi - aveva confermato la previsione fatta da Friedrich Engels all'epoca dell'approvazione del programma di Erfurt (1891): di fronte all'esistenza dei 'trust', «che dominano e monopolizzano intere branche dell'industria», non era più possibile continuare a «parlare di assenza di un piano» (*). L'analisi di Engels risultava per Lenin ancora più valida nella congiuntura attuale: il capitalismo si era sviluppato enormemente nei primi tre lustri del Ventesimo secolo e la guerra aveva infine portato a compimento tale processo, promuovendo nei Paesi più avanzati la progressiva eliminazione delle piccole e medie aziende, l'internazionalizzazione del capitale, la statizzazione dei settori strategici dell'industria. In breve: il conflitto mondiale aveva provocato il passaggio dal capitalismo monopolistico al capitalismo monopolistico di Stato. Era stata la pressione delle relazioni di potere e delle circostanze belliche ad imporre la regolamentazione economica nelle città e nelle campagne; la mobilitazione e la dislocazione delle forze lavorative a seconda delle necessità; la redistribuzione territoriale e logistica degli investimenti, delle materie prime, dei prodotti alimentari. Queste erano state le premesse della rivoluzione socialista: «La situazione oggettiva ha dimostrato che la guerra ha accelerato lo sviluppo del capitalismo, che dal capitalismo si è passati all'imperialismo, dai monopoli alla statizzazione, tutto questo  ha avvicinato la rivoluzione socialista e ne ha creato le condizioni oggettive. Così la rivoluzione socialista è stata affrettata dal corso della guerra» (**). L'opera di Lenin che meglio ci aiuta a comprendere la sua idea della sussunzione delle pratiche del capitalismo monopolistico di Stato al programma del socialismo è probabilmente l'opuscolo 'La catastrofe imminente e come lottare contro di essa», redatto nel mese di settembre. Il dirigente bolscevico vi indicava nel dettaglio - cercando di far aderire le sue osservazioni alla concretezza della situazione russa - quella serie di provvedimenti che tutti gli Stati belligeranti, «schiacciati dalle enormi pene e calamità della guerra, soffrendo in maggiore o minore misura dello sfacelo e della carestia», avevano già da lungo tempo stabilito per sostenere l'insieme della vita economica" [Antonella Salomoni, a cura, 'La Rivoluzione Russa', Milano, 2015] [(*) F. Engels, 'Critica del progetto di programma di Erfurt', in K. Marx, F. Engels, 'Opere', Editori Riuniti, Roma, 1968; (**) V.I. Lenin, 'Rapporto sul momento attuale (24 aprile 1917)', in 'Opere complete, cit.] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

 
'Anche Marx senza Engels non sarebbe mai divenuto quel ch'egli divenne' PDF Stampa E-mail

"Con la Sacra Famiglia cominciò per Marx ed Engels quel lavoro in comune, che durò quasi quarant'anni ed esercitò una decisiva influenza sulla evoluzione storica della democrazia sociale internazionale ed in ispecie di quella tedesca. Ambedue erano legati da un'amicizia, di cui la storia non conosce la più genuina, la più resistente. Essa fu assolutamente  libera da tutti quelli attriti e disaccordi che sono quasi inevitabili tra due caratteri, di cui ognuno era tanto spiccatamente pronunciato, nelle mille vicende d'una lotta accanita, tanto ricca di sconfitte quanto di vittorie. Era un'amicizia, corazzata contro tutte le tentazioni, con cui il mondo esteriore cercava, a bella posta od inavvertitamente, di avvicinarla. E' ancor oggi e forse sarà sempre impossibile distinguere nettamente quel che si debba all'uno e quel che spetti all'altro, nella loro opera comune. Dopo la morte di Marx, a dir vero, a lui fu attribuita spesso da Engels la parte di gran lunga maggiore, in tutto quel lavoro. Ma forse l'affermazione di Engels non era del tutto imparziale. Come, vivendo il suo amico, egli era stato troppe volte dimenticato nel giudizio dei contemporanei, così, dopo la morte di Marx egli fu, da questo stesso giudizio, apprezzato assai più di quel ch'ei credesse di meritare. Egli diceva perciò, non senza ragione, che, senza Marx non avrebbe mai fatto ciò che fece; il che però dev'essere completato, secondo i sentimenti del defunto suo compagno di lotta, in questo senso, che anche Marx senza Engels non sarebbe mai divenuto quel ch'egli divenne. E questo emerge appunto subito dal principio" [Fran Mehring, 'Storia della sociale democrazia tedesca. Parte prima. Dalla rivoluzione di luglio fino al conflitto per la costituzione in Prussia (1830-1863)'] [(in) Marx Engels Lassalle Mehring, 'Opere, a cura di Ettore Ciccotti', Società Editrice "Avanti!", Milano, 1914]

 
Miklos Molnar: 'ostilità, diffidenza di Marx ed Engels sulla questione del federalismo' PDF Stampa E-mail

"Miklos Molnar. Trois points me viennent à l'esprit à propos de cette question. Premièrement, en ce qui concerne le fédéralisme: peut-on le considérer comme une tradition incontestée du mouvement ouvrier socialiste? Non, absolument pas. Il faut quand même rappeler la méfiance, l'hostilité même, de Marx et d'Engels vis-à-vis du fédéralisme. La «république une et indivisible», c'était bien le slogan des communistes, tout au long du XIX siècle, face aux fédéralismes proudhonien, bakouninien, anarchiste, pour des raisons qui sont en dehors de notre sujet. Ce que les marxistes, à l'époque, craignaient, c'est que le fédéralisme suscite ou ressuscite cette idée d'organisation sociale à la Proudhon, à savoir cette fédération des communes, des provinces, des Etats, cette république universelle fédéraliste mondiale qui était tout à fait contraire aux conceptions de Marx. Donc, il faut avoir à l'esprit que le fédéralisme n'est nullement une tradition incontestée dans le mouvement ouvrier. Cela dit, cette idée a quand même prévalu dans la social-démocratie, entre les deux guerres: de grands partis et de forts courants cherchaient à résoudre la dichotomie du social et du national, précisément par l'issue du fédéralisme. Seulement, là, l'unanimité était loin d'être faite: d'abord, pour des raisons bien évidentes, la social-démocratie autrichienne était le porte-parole du fédéralisme. Mais vous connaissez très bien l'histoire de ce parti social-démocrate et de l'éclatement successif du 'Gesamtpartei', du parti autrichien «ensemble», par la dissidence des Tchèques et d'autres groupes. Donc, avant la guerre, pas d'unanimité; parce que l'esprit d'indépendance nationale prévalait de plus en plus, même au sein des partis sociaux-démocrates sur l'esprit de fédéralisme et contre ce que Renner - vous avez cité Renner tout à l'heure, - proposait comme solution à l'intérieur, à savoir l'autonomie culturelle. Maintentant, venons-en à la troisième étape de cette évolution de 1910 à 1919. Je ne suis pas convaincu que l'expérience de la République des conseils de Hongrie soit une expérience concluante. Non seulement parce qu'elle était trop courte (en cinq mois rien ne pouvait se faire), mais aussi parce que ce n'était pas un véritable fédéralisme. C'était un camouflage, finalement, d'un objet politique territorial, dont je ne conteste nullement la légitimité, du point de vue national, parce qu'il s'agissait cette fois-ci, du côté hongrois, de se battre pour l'autodétermination des Hongrois. (...)" [Problèmes d'ordre idéologique. Discussion, T. Hentsch, M. Molnar, P. Broué, Y. Brossard, A. Donneur etc.] [(in) 'Situations révolutionnaires en Europe, 1917-1922: Allemagne, Italie, Autriche-Hongrie - Revolutionary situations in Europe, 1917-1922: Germany, Italy, Austria-Hungary', a cura di Charles L. Bertrand, Montréal, Quebec, 1977]

 
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